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La parabola dell’Albatros e del Gabbiano.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

26 agosto 2017


Cari Lettori, spesso mi ritrovo a scoprire che non è affatto facile redigere un editoriale, soprattutto quando è frutto di sofferta analisi relativa all'osservazione esterna che, inevitabilmente, si riflette all'interno. Tale lavoro, infatti, finisce col diventare una sorta di patteggiamento con la propria dialettica inconscia, mediante cui si tenta di mettere in ordine ragionamenti articolati che, (per quanto mi riguarda) al calar della sera e dopo aver visto ciò che preferirei non esistesse, si trasforma in velato (e pacato) stato crepuscolare. Secondo Gandhi, Dio avrebbe ordinato questo Mondo in modo che, nessuno, possa tenersi esclusivamente per sé la propria bontà o cattiveria. In pratica, il sistema in cui viviamo, sarebbe come il corpo umano con le sue varie parti. Il dolore in un solo settore, si ripercuote su tutto il corpo. Il marcio in una sola parte, avvelena inevitabilmente l’intero sistema. E forse è per questo che, giorno dopo giorno (alla stregua di John Coffey de “Il Miglio Verde”) io avverto il freddo e il buio di gran parte dell'umanità e soffro all'idea di un passero abbandonato nella pioggia o di un'insalata che avvizzisce, nell'attesa di essere mangiata. L'albatros è un uccello pelagico che ama il mare aperto e gli orizzonti che sa donare. Soprattutto all'alba e al tramonto. Il gabbiano, al contrario è, prevalentemente, costiero. La differenza fra i due, quindi, simula la condizione dell'animo umano... PER CONTINUARE LA LETTURA, CLICCARE SUL TITOLO.


Amo la quiete, la gran quiete marina, ma il mio destino è vivere balenando in burrasca” (Vincenzo Cardarelli). I marinai di lungo corso, sostengono che una nave è sicura solo in porto... ma è nata per solcare le acque infide del mare.

Così, in fondo, noi procediamo

Condannati alla realtà che niente dura per sempre e che maggiore è l’amore che doniamo e proporzionale è la sofferenza a cui ci esponiamo...

Cari Lettori, durante la mia sofferta (nel senso più “esistenzialista” del termine) adolescenza, ho conosciuto un filosofo (pare, un matematico in autoesilio) che abitava nella zona più disastrata della mia città e che incontravo, non di rado, all’uscita di scuola, nelle traverse “dimenticate” del glorioso Corso “Bernardino Telesio”. Accanto agli inviti a trovare una facile (per lui) risposta alla “quadratura del cerchio” mi rivolgeva, ogni tanto alcune domande. Fra le quali, particolarmente curiose, le seguenti: “Come stabilisci il tempo della Felicità?” e “Quando finisce la sete vera?”

A distanza di (molti) anni ho capito che, per noi umani, il tempo della felicità è quello passato o futuro mentre, per il presente... è difficile capire come utilizzare le fiches su quel tavolo da gioco che determina il nostro destino.

E per la sete?

Torno indietro fino a quel tempo “bambino” e mi rivedo a bere, con gusto, alla canna delle fontanelle pubbliche. Il sapore dell’acqua oggi è “diverso”... ben lontano da quello provato nel piacere di placare l’arsura che concentrava la saliva dopo le corse sfrenate con la bici, con quel tracannare senza prendere fiato, e bagnandosi il viso fino alle orecchie...

Crescere, insomma.

Già... ma come?

Per quel che ho capito finora, anche grazie alla professione che svolgo, sembra che molti interpretino la propria vita come un personaggio di celluloide (virtuale, insomma e non reale) che, in quanto tale, non è mai il responsabile morale della storia che rappresenta.

Condotta così, però, la trama somiglia assai a quella raccontata da Baudelaire ne “i fiori del male” in cui descrive la fine degli albatros vecchi e stanchi, catturati dai marinai e derisi per la loro fragilità.

Ricordo con nitidezza gli ultimi frammenti della lunga pellicola che riguarda la vita con mio padre, ormai malato e prossimo alla fine. Dai suoi occhi traspariva un linguaggio privo di ogni certezza ed espresso solo in forma ansiosamente interrogativa.

Non puoi restare, ancora un po’, con me?

E, io, provavo quel cupo dolore di chi scopre che, fra sé e il campo nemico, non c’è più nessuno che ti protegga prendendo i colpi al tuo posto...

E allora, è meglio essere come i gabbiani che non si allontanano dalle ”nebbie” e dai venti conosciuti o provare la libertà degli albatros, accettandone le conseguenze?

La riflessione che scaturisce è che non possiamo risolvere problemi che noi stessi (come componenti di una Società deviata e deviante) determiniamo. Nessuna Legge rende l’essere umano migliore. Fintanto che non ci rendiamo conto di ciò (e non cambiamo qualcosa), dovremo vivere e "subire" (sulla nostra pelle e nella nostra coscienza) simili situazioni, così come il veleno nei cibi, nell’aria e nell’acqua; come i disastri climatici e idrogeologici; come l’indifferenza collettiva. Come la notte, che alberga nei nostri cuori.

E allora?

La scienza ci spiega che l’area del cervello che riconosce gli oggetti familiari si trova nella “corteccia peririnale”, praticamente nella zona dell’ippocampo, dove passano tutte le informazioni che apprendiamo e “gustiamo”, sul piano emotivo.

Questo, cosa può significare?

Semplicemente, che abbiamo bisogno di dare un significato “amico” ad ogni nuova esperienza, senza confinarci nelle abitudini (anche se comode e sicure) e tornando sui nostri passi per annodare, meglio, i tanti fili delle esperienze che, insieme, creano la memoria storica e personale la quale, altrimenti, andrebbe perduta. E, con essa, anche gli incroci delle emozioni e gli stessi confini (invisibili ma incancellabili) della propria coscienza nucleare.

Viviamo da Albatros, quindi... ma senza dimenticare l’accorta saggezza dei Gabbiani.


Giorgio Marchese – Direttore La Strad@ (Cetraro Marina - 26 Agosto 2017)




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