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Il Dolore sociale.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

25 gennaio 2017



L'aiuto migliore, per chi soffre sul serio.


MondoCounseling

Cos’è il dolore sociale? C’è differenza con la sofferenza o la disperazione?

Il termine sofferenza deriva dal latino e si lega con l’immagine di colui che soffre, sopportando una pena e, soprattutto, resistendo ad essa. Con dolore, si vuole identificare una sensazione spiacevole, che affligge. La disperazione, invece connota uno stato psicologico in cui si è determinato l’allontanamento di qualsiasi speranza.

Il dolore sociale

Questo tipo di sofferenza colpisce non solo il malato in sé ma l’intero "caregiver", ossia tutti coloro che gli stanno intorno e che dovrebbero sostenerlo nel "percorso". Ebbene, si tratta di una condizione oggi molto comune e, spesso, purtroppo, sottovalutata. Il "sollievo", infatti, non va percepito come un semplice beneficio fisico (quando lo capiremo, noi medici?), ma deve comprendere anche una parte psicologica e sociale.

Particolarmente importante è trasmettere l’idea che il dolore vada ffrontato e curato dentro e fuori gli ambienti clinici (ospedali, etc.). Intervenire sul "dolore sociale", infatti, vuol dire anche migliorare l’aspetto clinico.

Inoltre, spesse volte si guarda al medico, allo psicologo, allo psicoterapeuta, al Counselor, come a cavalieri medievali corazzati di un’armatura impenetrabile. Potrebbe anche essere vero ma, proviamo a domandarci come mai, questi cavalieri medievali avessero un elmo che rendeva impossibile osservare il loro sguardo. Probabilmente per nascondere anche i momenti di paura, i momenti di preoccupazione, i momenti di dolore... per non farli vedere all’avversario.

E, noi (da sofferenti), non pensiamo, spesso, che tutto il personale sanitario sia impenetrabile?

Ma non è vero che non venga coinvolto dalla sofferenza altrui, perché, da professionista del settore, mi sento di dire che "sono" e "siamo" esseri umani che, ascoltando, osservando e vivendo accanto a chi soffre, si risvegliano dentro tutti i momenti che erano stati depositati nella memoria dove si trovano tutti i ricordi che ci hanno fatto soffrire.

Il medico dovrebbe essere preparato (soprattutto, poi, lo psicoterapeuta perché, durante il percorso di specializzazione, quest’ultimo ha l’obbligo di svolgere un certo numero di colloqui di analisi personale che dovrebbero "ammorbidirgli" la personalità) però, di fronte al dolore degli altri, di fronte ad una persona che ti esprime il proprio senso di impotenza, si risveglia in te la compassione, che non è pena, ma che è quello stato d’animo che ti fa partecipare a ciò che l’altro prova, con la stessa passione.

A quel punto, dovresti, come persona che opera in questo settore sanitario, mettere da parte la presunzione, cioè la voglia di curare o guarire ad ogni costo. Potresti provare, semmai a stimolare nell’altro la voglia, la disponibilità a lottare per uscire da tutto ciò.

Il senso di stare accanto a chi soffre è quello di combattere insieme, fino all’ultimo per scoprire, insieme, il senso e il gusto di ciò che resta del "giorno". E quella, paradossalmente, diventa vita "vera".

Quindi, il sollievo dal dolore non è un mostrarsi vili di fronte alla sofferenza: questo lo ha capito anche lo Stato italiano. Infatti c’è una legge che garantisce il massimo dell’assistenza per le persone che soffrono, sia psicologicamente che fisicamente, concedendo la possibilità di assumere dei farmaci analgesici che fino a non molto tempo fa era difficile reperire e poter offrire a questi individui.

Noi possiamo stare accanto alla persona, ma il nostro compito non si esaurisce lì. Il nostro compito deve andare oltre, deve consistere nell’aiutare la persona, non a convincerla, ma aiutare la persona a cercare in ogni anfratto della propria memoria i motivi per continuare. Noi dobbiamo andare, come si fa con i campanacci o con i fischietti quando ci si reca sul posto di una slavina, di un naufragio, di un atterraggio di emergenza di un aereo che si è disintegrato (per cui bisogna cercare i superstiti) e si cerca di richiamare l’attenzione affinché qualcuno possa dire "Sono qui, sono qui! Venitemi a salvare!" Ecco, il calore umano svolge quella funzione. Svolge la funzione di richiamare l’attenzione delle parti migliori di quella persona, affinché quella persona possa dire...

"Sono tornata. Quindi, grazie alla tua presenza sono disponibile a far sì che, insieme, possiamo combattere".

Giorgio Marchese - Medico Psicoterapeuta, Counselor


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