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La Grande Magia...
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

8 luglio 2015


Professore, ma perché facciamo questi esperimenti? Cosa ce ne viene in tasca, facendo questi giuochi d’illusione?” - “Non lo so. È un trucco che non conosco. Io che esercito la professione di illusionista, mi presto ad esperimenti realizzati da un altro prestigiatore più importante di me… e così, via, via, via fino alla perfezione… Ecco il giuoco prodigioso dell’illusione! Guarda… li vedi quei canarini in gabbia? Appena mi vedono cominciano a cantare… Accòstati. Li senti? Devi vedere come mi riconoscono! E, forse, mi vogliono pure bene. Ma per forza! Li governo io ogni mattina. Gli do la zolletta di zucchero, la foglia di insalata, l'osso di seppia, il mangime… non puoi capire quanto sono contenti di vedermi, non vedono l'ora che io arrivi!” - “Veramente? Quanto sono belli!” - “Ogni tanto, io, sai che faccio? Metto la mano dentro la gabbia e me ne piglio uno che mi deve servire per un esperimento d’illusione. Lo metto in quest’altra gabbietta più piccola e lo presento al pubblico. Copro, il tutto, con un quadrato di stoffa nera, mi allontano di quattro passi e sparo un colpo di rivoltella. Poi, sollevo la stoffa nera e, il canarino, è sparito! Il pubblico rimane allibito credendo di trovarsi al cospetto di un grande Mago... ma, il canarino non sparisce! Muore. Muore schiacciato tra un fondo e un doppio fondo. Il colpo di rivoltella serve ... PER CONTINUARE LA LETTURA, CLICCARE SUL TITOLO


a mascherare il rumore che produce lo scatto della piccola gabbia truccata. Poi, naturalmente, devo riordinare. E sai che trovo? Una poltiglia di ossicini, sangue e piume. Li vedi questi canarini? Loro non sanno niente. Illusioni non se ne possono fare. Noi, invece, si. Ed è questo, il privilegio”. (La grande Magia – Eduardo de Filippo).


Cari lettori, giusto la professione che svolgo, mi ritrovo, spesso, a pensare sui fatti della vita e, sovente, mi domando quale sia il motivo per cui, in un modo o nell’altro, siamo spinti a “plasmare” la realtà evidente delle cose, per adattarla alle proprie esigenze di breve, medio o lungo periodo...

Esigenze, già...

Amore, ricerca di attenzioni, voglia di essere stimati, paura di restare soli non sapendo più come impegnare il tempo, nell’attesa di morire.

Ma le vedi le strade? Anche soltanto le strade! Ce ne sono a migliaia! Ma dimmelo, come fate voi altri laggiù a sceglierne una? A scegliere una donna? Una casa? Una terra che sia la vostra? Un paesaggio da guardare? Un modo di morire? Tutto quel mondo addosso... che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’é... ma non avete paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità? A viverla? Io ci sono nato su questa nave e, vedi, anche qui il mondo passava. Ma non più di duemila persone per volta. E di desideri c’erano. Ma non più di quelli che ci potevano stare su una nave, tra una prua e una poppa. La Terra è una nave troppo grande per me, è una donna troppo bella, è un viaggio troppo lungo, è un profumo troppo forte, è una musica che non so suonare. Non scenderò dalla nave, al massimo posso scendere dalla mia vita!” (La leggenda del pianista sull’oceano).

Non è mai troppo, tentare di capire cos’è la paura, in maniera tale da riuscire a prendere le misure così da ridurre la preoccupazione di non saper gestire situazioni difficili quando ci troviamo di fronte ostacoli, imprevisti, complicazioni: in sostanza ogni qual volta decidiamo di "vivere sul serio".

Non e’ la specie più intelligente a sopravvivere e nemmeno quella più forte. E’ quella più predisposta ai cambiamenti. (Charles Darwin)

Di fronte alla paura (cioè, praticamente, di fronte all’allarme che si genera quando incontriamo un pericolo reale o presunto) ci si può comportare in maniera differente a seconda di chi siamo, del momento, dell’ambiente e, ovviamente del tipo di pericolo. Come appare evidente, alla base c’è sempre una serie di valutazioni da portare avanti: si può reagire aggredendo l’elemento che può costituire il pericolo, fuggendo, riflettendoci meglio, aspettando che il pericolo passi. O costruendo un mondo virtuale, all’interno del quale, rifuggiarsi.

Qualsiasi cambiamento determina l’attivazione di quelle parti di cervello che non sfruttano i meccanismi dell’abitudine ma si affidano alla creatività e al cammino sul filo teso sul vuoto e senza rete di protezione. E ogni volta che lasciamo il conosciuto e ci avventuriamo oltre le simboliche “Colonne d’Ercole”, dobbiamo sperare di poggiare su un terreno solido. O che qualcuno ci insegni a volare.

Già, qualcuno...

Ma dovremmo trovarci in un ambiente di gente sicura di sé, capace di trasfonderci tranquillità! E allora, piuttosto, la nostra forza dovrebbe scaturire da un “qualcosa” che ci spinge e che prende il nome di CRISI INTERIORE in grado di darci l’impressione di esserci smarriti ma...

...e qui comincia il distinguo.

A quale dei tre porcellini della fiaba di Jacobs Joseph somiglieremo? La nostra casa interiore, l’avremo costruita con la paglia, col legno o, piuttosto, con dei solidi mattoni? E, nel contempo, saremo in grado di dialogare col lupo che, crediamo, voglia mangiarci? O, piuttosto, i germi del “buio” albergano in noi?

Perchè vedete, cari lettori, in tal caso, sarà “quel” Lupo a tradirci aprendo, “da dentro”, la serratura della coscienza, esponendoci alla paura della crisi, vissuta come “la fine di tutto”.

Ed è allora che entra in gioco il bisogno delle illusioni, cioè, di quelle dispercezioni sensoriali causate dal modo in cui costringiamo il cervello ad organizzare ed intrepretare le informazioni che riceve per cui, appare vero, anche quello che, appunto, vero non è!

In alcuni momenti, ciascuno di noi utilizza la propria fantasia per immaginare sceneggiature all’interno delle quali ci vendichiamo di torti subiti, ci caliamo in panorami paradisiaci, incontriamo le persone a noi più care, etc.

Poi, però, chiudiamo la pagina di quel libro immaginario e ci riconnettiamo con la “solita” valle di lacrime... il problema nasce, quando si comincia a dar credito alle immagini “oniriche” considerandole contestualizzate nel tempo e nello spazio di tutti i giorni. Ecco, allora, che si assottiglia sempre più, quel sottile confine che separa il mondo dei cosidetti normali, da quello della schizofrenia.

Dopo anni, ho avuto notizie (attraverso Facebook) di due persone con le quali ho condiviso un bel po’ del mio percorso esistenziale, a Roma, in qualità di studente, nella Scuola di specializzazione di Giovanni Russo: Claudio e Cristina De Santis. quello che mi ha colpito è stata la loro disarmante affermazione: "Viviamo in un’isola, a sud del Brasile (Florianopolis) il cui motto principale è... GENTILEZZA, GENERA GENTILEZZA!"
Ecco, contestualmente, ho provato un grande compiacimento per loro e una considerevole tristezza per me e per chi vive in ambienti dove, per poterti adattare, devi, per forza immaginare strategie di sopravvivenza. Il fatto è, purtroppo che, in simili contesti, anche quando vinci la tua dura battaglia hai, comunque, perso, perchè ti sei misurato con chi ti ha costretto a deviare dal tuo giusto percorso.

Qualcuno sostiene che, gran parte del nostro Pianeta sia, sul piano geopolitico, sottoposto al controllo di due forze contrapposte: quella degli “oligarchi” (che auspicano un ritorno al feudalesimo e agiscono per la creazione di zone sociali composte da poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi) e quella dei “progressisti” illuminati (che attuano scelte in grado di portare ad una crescita democratica).

Ovemai fosse vero (e non sarebbe affatto strano, vista l’attuazione di politiche socio economiche tese a trasformarci in nuovi schiavi), entrambi i fronti, se vogliamo, sarebbero adusi a consideraci, tutti, pupazzi da videogioco.

Queste due forze contrapposte, infatti, sembrerebbero capaci di influenzare quegli eventi che, nei libri di Storia ci hanno spiegato aver avuto motivazioni alte e nobili: dallo scoppio di ogni guerra “importante”, all’ascesa di personaggi “di spessore” (presidenti americani, segretari del PCUS, Pontefici, scienziati. Etc.) colì giunti per volere, sempre, di qualcuno che finisce col diventare la marionetta di un puparo più in alto.

Ogni tanto mi domando se, per caso, Dio, non abbia bisogno di uno svago e, quindi, non ci metta alla prova, concedendoci l’illusione di scimmiottarlo attraverso la percezione di un’effimera onnipotenza!

Certo è che, di fronte a qualcosa che appare più grande di noi, alla stregua di un’onda gigantesca, alcuni si lanciano verso la sua base, nel tentativo di passare dall’altra parte, verso la vastità e la libertà dell’Oceano, altri attendono e, nell’attesa, rifiutando di ammettere ciò che osservano, immaginano un mondo diverso. Che finirà con loro!


  • Se voi aprirete la scatola con fede, rivedrete vostra moglie. Al contrario non la rivedrete mai più!”

  • Ma io ho fede. Mia moglie sta qui dentro. Io voglio crederci! Si era stabilito un gelo, fra me e lei. Io non parlavo. Lei nemmeno. Non le facevo più un complimento, una tenerezza. Non riuscivamo più ad essere sinceri, semplici. Non eravamo più amanti! Ma ora ho fede… E posso aprirla… Se apro la scatola, ti vedo, perché ho fede! E riavrò i capelli neri. Mi rivedrò giovane come un attimo fa, come all’inizio di questo esperimento! Apro. Ecco. Uno, due…”

  • “…e tre! Il giuoco è fatto!”

  • Marta!”
    L’esperimento è finito. Ecco tua moglie!”

  • Parla, Marta, parla!”

  • Sono io!”

  • Marta!”
    Sì, eccomi!”

  • Pure tu hai sofferto! Il giuoco è stato inesorabile anche per te. Qualche capello bianco ce l’hai pure tu. Parla, dimmi qualche cosa!”

  • Che parlo? Che dico! Tu sai tutto. Perché dovrei sostenere questo giuoco umiliante per tutti e due? Sono passati quattro anni; quattro anni veri, autentici. E tu hai fatto i capelli bianchi perché gli anni invecchiano, distruggono, annientano! Tutto è successo per puntiglio, per incomprensione Per un senso di libertà. Nella mia vita c’è stato un altro uomo. E tu lo devi sapere, se vogliamo salvarci da questa illusione pazza”

  • Che hai fatto? Chi è questa donna? Che cosa ha detto? Io le parole sue non le capisco!

  • È tua moglie. Non è più un’illusione. Il giuoco è finito.

  • Quale?”
    “I
    l giuoco iniziato da me un attimo fa nel giardino dell’albergo Metropole!”

  • Non è vero. Fu iniziato da me, lo dicesti tu. Io spinsi il giuoco fino al limite massimo. Io solo, allora, posso far riapparire mia moglie! La responsabilità è solamente mia. Ti sei tradito. Hai sbagliato proprio all’ultimo momento. Sei entrato un attimo prima che io aprissi la scatola. Peccato!”

  • Ma la scatola è vuota!”

  • Chi lo dice? Come puoi affermarlo? In questa scatola c’è la mia fede. Come puoi pretendere di vederla tu? Non conosco questa donna. Forse fa parte di un esperimento che non mi riguarda. Diglielo, che il suo mondo è legato a tanti altri, e che deve prestarsi, non può sottrarsi. Portala via, questa immagine mnemonica di moglie che torna. Due esperimenti in uno non li sopporterei”.

  • Ma io, veramente, ti ho portato tua moglie!”

  • Hai creduto di averlo fatto. Credi perfino di essere in casa mia: ma non è vero. È la successione continua delle tue immagini accumulate. Ora sono io che faccio rivivere in te le immagini mnemoniche. Lei, appare come una comune moglie adultera ma che, in realtà, non esiste e tu, come un meraviglioso giocoliere: ma sei un’immagine. Il giocoliere più importante sono io, ora! Continuiamo il giuoco, professore! Il tempo è in noi stessi, non gli facciamo i conti addosso, giorno per giorno, come dei bottegai… E sembrerà un secolo, ma poi ci accorgeremo che il giuoco è durato un attimo! Gennarino!”

  • Comandi!”
    Queste immagini devono sparire. Abbi l’illusione di aprire la porta d’ingresso. Credi fermamente di vederle uscire. Quando te ne sarai proprio convinto, richiudi: ma con fragore!”

  • Chiusa! Chiusa! Non guardarci dentro. Tienila con te ben chiusa, e cammina. Il terzo occhio ti accompagna… e forse troverai il tesoro ai piedi dell’arcobaleno, se la porterai con te ben chiusa, sempre!”

    (La grande magia – Eduardo de Filippo)


Non ti verrà chiesto: “perchè non sei stato Mosè o Papa Francesco?”

Ti verrà, piuttosto domandato: “Ma perchè non sei stato te stesso?”

(don fabio Pieroni – Parroco)


Giorgio Marchese (Medico Psicoterapeuta, Counselor) - Direttore "La Strad@"



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