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Riflessioni
Ci
sono momenti della vita che vorresti inondare di parole non dette, di
gesti trattenuti. Un po’ come adesso (sabato 9 agosto 2014, ore
16.52) immerso
in mille riflessioni. Qualcuna migliore delle altre… altre un
po’ a tinte fosche. Forse c’è il sole, forse no.
Tanto sono chiuso in una dorata prigionia. Ma, anche nei meandri più
tortuosi, ho imparato che bisogna restare capitani della propria
anima, per costruire la propria, personale, Grande Bellezza
interiore.
Da
qualche giorno, il sottofondo delle mie emozioni è
accompagnato dalle melodie di Wladimr Martinov con le sue
Beatitudini. Così come Ennio Morricone con “Nuovo
Cinema Paradiso”
colpisce l’immaginario collettivo perchè ti fa sentire avvolto
da un passato remoto che ti fa tornare bambino, “Le
Beatitudini”
che hanno supportato “La
Grande Bellezza”,
personalmente, mi richiamano alla mente gli
anni novanta, dopo una laurea conquistata con le unghie e coi denti,
quando (da specializzando in psicoterapia) provavo, in compagnia di
mio fratello, a perdermi nei vicoli della Città eterna avendo,
nella testa, un Mondo Nuovo che occhieggiava a scelte importanti
capaci, di proiettarmi nei palazzi del potere e nei salotti di
rilievo…
A
ben riflettere, entrambe le colonne sonore hanno un punto di
congiunzione bello e, al tempo stesso, doloroso: la disillusione.
Cosa
ne sarebbe stato di me, ad esempio, se, ad un certo punto, non mi
fossi reso della caducità di quei momenti che la vita mi
regalava, circondato da una monumentale ed eterna Roma Capitale? I
miei sogni di poter manovrare le leve del vapore, l’attico a via
Margutta, l’aereo privato... ho smagnetizzato gradualmente queste e
altre ambizioni, man mano che mi accorgevo del prezzo da pagare in
termini di svilimento della dignità. E allora, probabilmente,
mi sarebbe accaduto qualcosa di simile a quello che Sorrentino
ha descritto e Servillo
ha
delineato (come e, forse, più di un Marcello Mastroianni) nel
loro film da Oscar….
Questo
articolo è stato scritto il 30 marzo 2013, come un’ideale seconda puntata della mia saga esistenziale che, in quel momento stava provando la mia capacità di autonomia dal Padre.
A
distanza di poco più di un anno lo stato d’animo più
“quieto” non evidenzia un’attenuazione della sofferenza
quanto, semmai, un’accettazione della necessità di veleggiare
su mari in tempesta in compagnia delle persone più care.
Questo legame se, da una parte, ci fa sentire protetti di fronte alla
“notte che incombe” (quando le “onde” fanno
più paura) dall’altra, ci pone vulnerabili nel momento in
cui... dobbiamo salutarci perchè “
così noi viviamo: per sempre prendendo congedo” (Rainer
Maria Rilke).
Pensando
a chi non
ha più la possibilità di un incontro con lo sguardo
dell’amato, ho ritenuto doveroso riproporlo con, se possibile,
maggiore intensità emotiva.
Quel
che resta del giorno è nuvola scura, è lama di paura, è
miseria d’ossessione, è ricatto di pazzia. È la
fine d’una poesia. Quel che s’apre di notte è
tormento insensato, è un perchè ricercato, è
peso sul cuore. È colpa d’errore. Come si muore? Non si
muore una volta sola. Chi di questo ha paura, non è stato
vivo. Mai. (Teresa Tripodi)
Come
si affronta un dolore?
Qualcuno
sostiene che chi è in grado di descrivere il proprio
dolore, anche se piange, sia sul punto di consolarsi... già,
ma da dove viene questo strano sapore che mi attanaglia il petto,
bloccando il respiro e togliendo certezza alla mia capacità di
sapere, sempre, cosa accadrà nei meandri delle mie emozioni?
Ho
ascoltato le pene di una mamma, la sua disperazione all’idea di
non potere più proteggere il figlio dalla paura del buio,
avendolo abbandonato al freddo, sotto una lastra di gelido marmo. Ho
letto nel cuore di chi ha perso se stesso. Ho attraversato molte
"piazze dal non ritorno".
Ho
visto "Burattini senza fili" capaci di strappare uno
sguardo dolce ad una fronte troppo giovane per staccare la spina....
che "veste" il dolore del mondo e termina così, in
un muto contegno... tra i rantoli che invocano amore, dentro il
silenzio e la paura di una manina che cerca... ma non trova.
Ventuno
grammi. Questo,
pare, sia il peso che si perde quando si muore. Tre
secondi esatti. Ho
letto che è il tempo che impiega lo sguardo dell’anima,
quando ti dice che sta andando "altrove".
Dividendo
questi due fattori si arriva al numero sette. Quanti sono, per
i più, i momenti importanti della vita. Quando ti sei visto
come un Re, al centro dei tuoi genitori; quando, a scuola, i tuoi
compagni ti hanno accettato nel gruppo; quando hai scoperto di essere
diventato grande; quando hai fatto battere il cuore di chi avrebbe
voluto un po’ più di te; quando hai stretto fra le
braccia il tuo bambino; quando hai centrato un obiettivo concreto;
quando... hai percepito di amare, sentendoti amato.
Una
risultante precisa, frutto del lavoro equilibrato della mente
razionale.
Mi
hanno insegnato che bisogna rispondere alle richieste d’aiuto.
Forse è per questo che, ancora oggi, cerco di arrivare in
tempo ad ogni squillo del mio cellulare... ho Giurato su Ippocrate,
di dedicarmi a lenire le sofferenze dei più vulnerabili.
Incrocio
sguardi, in attesa che io decida per "conto di"... ho
calcolato, verificato, sperimentato, ogni possibile risposta sulle
domande del dolore.
Quante
volte, nel mio lavoro, ho spiegato che non è solo un caso se,
oggi, sei triste; non è che domani, automaticamente, andrà
meglio. Quello che non c’è, non ti può
influenzare e quello che è stato non ti può inchiodare.
È il presente, che viene dall’avantieri, a preparare il
domani. Che, una volta incontrato, è il confine fra l’oggi
e quello che ti lasci alle spalle.
Sono
ancora convinto che un dolore sincero, sia capace di distillare
l’anima tra un sorriso e una lacrima. Ma che sia altrettanto
vero che, più si diventa grandi e più si amplifica il
dolore. Da piccoli soffriamo, magari, per una sbucciatura al
ginocchio; da adolescenti per un cuore spezzato o per un cattivo
voto. Da adulti, per lutti o rimpianti.
Perché,
ad un certo punto della nostra storia, cambiamo così tanto?
Siamo realmente liberi nel decidere i nostri percorsi di vita?
In
linea di massima, la risposta potrebbe essere affermativa nel senso
che basterebbe poter scegliere ciò che più piace e
verso cui ci sentiamo più "legati". Nella realtà
dei fatti, qualunque attività decidiamo di intraprendere,
dovremo sopportare dei costi pur traendone dei vantaggi.
Cos’è
il rimpianto?
Uno
stato d’animo determinato dal ricordo di qualcosa che avremmo
potuto determinare ma che non abbiamo saputo vivere a pieno e ci ha
lasciato un retrogusto amaro, in termini di aspettative non
realizzate. E come se, ripensandoci, dicessimo mentalmente:"Peccato,
quella volta ho perso un’occasione!"
L’importante,
comunque, è non determinare situazioni dalle quali si possa
generare una situazione di rimorso che, invece, è
connotato da emozioni fortemente conflittuali, dolorosamente e
intensamente fosche per qualcosa (che abbiamo fatto direttamente o
meno ma che avremmo potuto e dovuto evitare) a seguito della quale,
qualcuno ha avuto un prezzo pesante da pagare.
"Il
tempo è bastardo... il tempo è amico, il tempo è
solo un’idea... che grande bugia! Il tempo non è da
buttare via. Il tempo è denaro ma è soprattutto nostro.
Il tempo è amore e vita, sangue e passione... follia e poesia,
malinconia e ricordo, sogno... il primo bacio, i gradini della
scuola, i colori degli alberi a novembre, il Natale, i figli, le
strette di mano, il letto da rifare, le fotografie, un amico che non
chiama, una casa nuova e i problemi di prima. I discorsi di sempre.
Imparare a crescere. Troppo, per una canzone sola. Ma ci si deve
provare!" (G. Curreri)
Ma
perché proprio a me?
Accadono
cose che possiamo accettare solo quando riguardano gli altri. Ma
quando coinvolgono noi, sembra proprio impossibile. Forse stiamo
sognando? Si, ora apriremo gli occhi e scopriremo che è stato
solo un incubo.
E
invece no!
Capita,
a quel punto, che ci guardiamo intorno per scoprire quanti altri
condividano la stessa sorte. Per non "sentirci" soli,
abbandonati su un percorso mai battuto, col morale sotto i tacchi.
Eppure, siamo soli, nei pensieri, nel nostro cammino.
E
capita perciò, di scoprirmi indifeso, di fronte all’impotenza.
Si, perchè, molte volte ho teso la mano in attesa di qualcuno
che non è arrivato, forse per il mio troppo orgoglio o per la
paura del rifiuto. Capita, quando è il mio turno di trovarmi
di fronte... una mano che si protende ad occhi chiusi, cosciente, nel
proprio dolore, fisico e morale, che mi cerca, tremante. Cosciente di
essere a un passo dalla fine. Ed io rimango incapace, sapendo di
dolore ma non sapendo lenirlo. Presuntuosamente.
Perché?
Questa
è una tastiera che io non so suonare. Forse, questa orchestra
la dirige, direttamente, quel Dio che progetta la frontiera e
costruisce la ferrovia.
L’ho
già scritto ma non guasta ribadirlo. Ci sono molti modi di
affrontare un dolore ma, sostanzialmente, trovandosi di fronte ad uno
stato d’animo che si prova ogni qualvolta siamo costretti a
subire un patimento, ci possono essere due derivazioni:
la
disperazione che è quello condizione emotiva aggiuntiva,
la stessa differenza che c’è tra lo stato d’ansia
acuta e la perdita del controllo per il panico; si determina quando
tu non sai cos’altro poterti aspettare, infatti disperazione è
un termine latino composito, significa allontanamento da ogni
speranza; perdi, dunque, la speranza ed il controllo della
situazione.
la
sofferenza che, contrariamente a quello che si può
immaginare, non è qualcosa di negativo; infatti, la
derivazione etimologica, indica con il termine sofferenza quello
stato d’animo particolare di difficoltà in cui ci si
ritrova quando si affronta un problema... "resistendo".
Ecco la differenza. Resistendo perché? Non perché a
noi piaccia soffrire, ma perché la sofferenza fa parte
dell’essere umano, perché è quell’elemento
risolto il quale, noi ci troviamo migliori nel rapporto con noi
stessi e nel rapporto con chi ci sta intorno.
E
allora, non resta che spezzare le catene del freddo che sale, nel
dialogo con me stesso... già, nel dialogo...Ma cosa ho
trascurato nel sapermi parlare? Sto spesso in mia compagnia ma,
quando è stata l’ultima volta che mi sono chiesto cosa
avrei potuto fare, ancora, per chi ero così sicuro di
conoscere? C’è qualcosa a cui sarei disposto a
rinunciare, ora? In cosa mi sento disponibile a cambiare, veramente,
senza prendermi in giro? Ecco, forse, il segreto per ricementare
un sodalizio con la mia identità: rispetto, disponibilità,
realismo e umiltà con, in più, il piacere di aprire un
po’ meglio, le porte del mio animo, senza la paura di restare
ferito.
Io
vorrei trovare pace, ma una pace senza morte; una, in mezzo a
tante porte, si aprisse per poter campare!
Si
aprisse una mattina una mattina di primavera per arrivare fino
a sera senza dire: "Chiudete là!"
Senza
ascoltare più la gente che ti dice: "Io faccio, io
dico"; senza ascoltare l’amico che pretende di dare
consigli.
Senza
ascoltare la famiglia che ti chiede: "Ma che hai
fatto?" senza scendere più a patti con coscienza e
dignità.
Senza
leggere sul giornale la notizia impressionante che è un
guaio per tutti quanti e non sai come evitarlo.
Senza
ascoltare il dottore che ti spiega la malattia, la ricetta in
farmacia, l’onorario da pagare.
Senza
ascoltare il cuore che ti parla di Concettina Rita, Brigida,
Nannina... questa si...quell’altra no.
Perchè,
insomma, se vuoi pace e non sentire più nulla... devi
sperare soltanto che venga la morte a prenderti?
Io
vorrei trovare pace ma una pace senza morte. Una, in mezzo a
tante porte, vorrei, si aprisse per poter campare!
Si
aprisse, una mattina, una mattina di primavera per arrivare
fino a sera senza dire: "Chiudete la!’".
(E.
de Filippo)
G.
M.
P.S.
Dopo aver letto questo articolo, quando ne avrete voglia, provate a
“ripassarlo” col sottofondo che vi suggerisco qui. Sarà
ancora meglio.
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