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Oltre la timidezza...
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

18 dicembre 2006






Da illustri "signor nessuno" a discreti "mister qualcuno".


 

Il segreto del successo - 5 ©

 

"La lunghezza effettiva della vita è data dal numero di giorni diversi di cui un individuo riesce a godere. Quelli uguali non contano" ( Luciano De Crescenzo).

Dal momento che, come abbiamo visto nei precedenti lavori della stessa collana, parlare al mondo esterno comporta delle difficoltà perché ci sottoponiamo al vaglio continuo delle valutazioni e dei giudizi altrui, qual è il motivo che ci induce ad "esporci"? Indubbiamente, una notevole spinta viene dal bisogno di riuscire a realizzarsi mediante la ricerca di una strada qualsiasi che, però, inevitabilmente, porta a raffrontarsi col sociale. Oltre questa innegabile verità, bisogna considerare che, con il termine comunicazione, usualmente si intende una qualunque trasmissione di "messaggi" (attraverso parole, gesti o altro) che inviamo o riceviamo in maniera continua anche se incostante. Possiamo arrivare alla conclusione che siamo fondamentalmente spinti dalla necessità di trasmettere idee ed emozioni che, altrimenti, intaserebbero le zone di elaborazione del nostro cervello procurando non pochi sbalzi d’umore. Le persone introverse, infatti, sperimentano a proprie spese, cosa significa generare fiumi di sensazioni e non riuscire a veicolarle correttamente: considerevoli disturbi neurovegetativi sono sempre in agguato, dietro l’angolo.

Prima di addentrarci nel cuore di una qualunque discussione, è bene porsi alcune domande: Parliamo solo per noi stessi? La gente è interessata sul serio alle nostre idee? I nostri discorsi, nel bene o nel male, lasciano un segno?

Qualunque sia il ruolo che si riveste (l’imprenditore che deve intervenire ad una colazione di lavoro, il dirigente scolastico alla riunione di fine anno, un politico all’incontro del "ringraziamento" o, semplicemente, se stessi in un qualunque momento di una qualsiasi giornata), nel momento in cui si necessita di attirare l’attenzione altrui è bene, anzitutto, considerare la necessità di rispettare le esigenze di "mondi" diversi, immersi in interessi personali che, in un modo o nell’altro, vengono considerati prioritari.

In seconda battuta, riveste un’indiscutibile utilità, la valutazione di ciò che, in genere, la gente pensa in merito alle caratteristiche peculiari di un oratore di successo che, su basi statistiche, può racchiudersi nei seguenti enunciati: ha qualcosa di interessante da dire; ha esperienza; è sicuro di sé. Il quadro che emerge, invece, in merito agli elementi che ostacolano un successo oratorio, viene espresso dalle seguenti convinzioni: non ho nulla di interessante da dire; il pubblico mi intimidisce; non ho abbastanza tempo per prepararmi adeguatamente; non ho fiducia in me stesso.

In conclusione, ciò che molte volte si frappone fra noi e un successo espositivo è costituito dall’assenza di idee chiare, con l’aggiunta di una buona dose di condizionamento relativo a ciò che crediamo essere il giudizio cui siamo sottoposti. Questa evidenza, viene rinforzata da una base di timidezza, che condiziona inevitabilmente il nostro modo di essere. E qui il gioco si fa pesante e bisogna necessariamente venirne a capo.

A parte il fatto che, secondo lo scienziato Niels Bohr "L’esperto è una persona che ha commesso, in un campo molto ristretto, tutti i possibili errori", probabilmente è necessario riosservare, il concetto di timidezza che genera inevitabilmente, un senso di inadeguatezza serpeggiante, proditorio, inibente soprattutto, precursore (nelle personalità rigide e perfezioniste) di ciò che usualmente (anche se non correttamente) vengono definiti "disturbi da attacchi di panico.

Proviamo a sbrogliare la matassa.

I dizionari della lingua italiana, identificano con il termine timido, ciò che è schivo e riservato, incerto, esitante, che si impaurisce facilmente, e lo riferiscono a persone che provano soggezione, disagio, imbarazzo di fronte a situazioni in cui si teme di subire un giudizio. In realtà, il termine timido, deriva dal latino timidus e pavidus, che significa temere, aver paura, quasi a dire titubanza, che viene da riverenza. Inoltre, gli antichi Greci, lo utilizzavano per indicare stima da venerazione e timore da riverenza nei confronti degli altri. Quindi, in pratica, chi è timido si sente incapace di raggiungere ciò che pensa essere lo standard stabilito da altri: di conseguenza, preferisce non "mettersi in gioco" attivando (suo malgrado) la paura di mostrarsi, come barriera di protezione.

Cosa si può fare?

"Quando hai paura di qualcosa, cerca di prenderne le misure e, spesso, ti accorgerai che è poca cosa" (Luciano De Crescenzo

Cominciamo con l’affrontare il senso di inadeguatezza. Molte volte, questa sensazione di incapacità non corrisponde ad una effettiva inadeguatezza. La storia e l’evidenza di ciò che accade giorno per giorno, ci mostrano individui con disabilità fisiche che riescono ad ottenere il raggiungimento di obiettivi qualificanti addirittura meglio di tanti cosiddetti "normali", sempre dal punto di vista fisico. Le performances raggiunte dagli atleti delle Paraolimpiadi, la vita di artisti famosi (come Andrea Bocelli, ad esempio) di scienziati da premio Nobel (Stephen Hawking, etc.) ne sono un esempio indiscutibile. Ecco perché l’essere inadeguati è diverso dal sentirsi inadeguati. Impariamo ad osservare bene la realtà, disgiunta da elementi soggettivi (cattive esperienze in genere) che finiscono col produrre pregiudizi negativi nei nostri confronti.

La persona timida si crea da sola degli standard cui ritiene di doversi uniformare.

Tutto parte dalla necessità di sentirsi accettati dal momento che ci abituiamo ad una simile condizione. Fin da piccoli, infatti, otteniamo il gradimento altrui qualunque cosa noi facciamo. In questo modo impariamo a stare al centro dell’attenzione, a sentirci importanti, a convincerci che qualcuno ci considera importanti, quasi indispensabili. Man mano che passa il tempo, quest’accettazione "a basso costo" si riduce gradualmente ma drasticamente. Il problema nasce dal fatto che noi non viviamo questa trasformazione della realtà come conseguenza dell’abitudine dei nostri comportamenti che si crea nella mente altrui: cioè se un bimbo di 6 mesi prende una palla e ci gioca, crea un certo effetto negli adulti che gli stanno intorno, se lo fa uno di 3 anni, ne crea un altro, più vicino ad un evento normale, considerata l’età. Allo stesso modo, appena un bambino inizia a scrivere, a 4-5 anni, si ritrova al centro dell’attenzione per via del "miracolo" che lo ha trasformato in un essere maggiormente interattivo e autonomo. Un adolescente che redige un tema, per quel motivo, non sarà considerato importante. E allora, mentre gli altri acquisiscono una distanza emotiva nei nostri confronti (perché ci vedono crescere e, quindi, l’approccio cambia) noi, dal punto di vista certamente non razionale (ma emotivamente teso a creare l’equazione interesse = affetto), viviamo il tutto come una riduzione di accettazione, che ci comporta il non sentirci più importanti e, quindi, cerchiamo di scoprire dei sistemi per ritornare al centro dell’attenzione altrui.

 

"L’approvazione degli altri è uno stimolante del quale talvolta è bene diffidare" (Paul Cézanne).

Soluzione

"L’altrui lode deve seguirci spontaneamente; noi dobbiamo occuparci prevalentemente della cura del nostro animo" (Plutarco)

Finché non superiamo il periodo prodromico di una fase più matura (adolescenza ed oltre), metteremo in atto una serie di aspetti caratteriali che andranno dall’esibizionismo al comportamento esagerato sotto diversi aspetti, ad altro ancora, pur di raggiungere quell’obiettivo "vitale". Se non ci riusciremo, ci proteggeremo dietro la paura di mostrarci per timore di essere rifiutati.

"Né la ricchezza più grande, né l’ammirazione delle folle, né altra cosa che dipenda da cause indefinite sono in grado di sciogliere il turbamento dell’animo e di procurare vera gioia" (Epicuro)

La persona matura, invece, anche in quei casi in cui la timidezza deriva dall’eccesso di frustrazioni negative legate a rimproveri ricevuti da parte di genitori, amici (docenti, allenatori, etc.) per non aver raggiunto delle qualità adeguate a ciò che si aspettavano, reagisce riducendo l’importanza dei giudizi altrui e costruendo una valutazione di sé (come autostima) basata su quello che di positivo si costruisce giorno per giorno e, quindi, spostando i valori su ciò che è più adeguato a leggi di natura rispetto a quanto altri giudicano essere corretto. Quando si capisce che ci può essere una strada da percorrere per maturare, ogni esibizione "pubblica" viene vissuta come esperienza grazie alla quale allenarsi per migliorare ed "aprirsi" alla vita.

Negli stati Uniti, da almeno trent’anni, nella preparazione sportiva degli atleti che vincono i record, si aggiunge un adeguato supporto psicologico in grado di determinare la base di una mentalità vincente attraverso uno specifico training che consente di mantenere la concentrazione anche in caso di stress prolungato, sviluppando quell’autostima che porta ad aver fiducia nei propri mezzi sapendo gestire paura e sofferenza

"Quanto più ci innalziamo, tanto più piccoli sembriamo a quelli che non possono volare" (Friedrich Nietzsche).

Senza un percorso di crescita corretto, stimolato da genitori attenti nell’aiutare a consapevolizzare i progressi (frutto delle proprie capacità che evolvono) immancabilmente, proprio per la paura di non essere accettati dagli altri (perché giudicati inidonei), noi ci impediamo di metterci alla prova. Quando, invece, avremo acquisito una sufficiente solidità interiore ed una sufficiente autostima, allora il giudizio degli altri lo considereremo non tanto importante da farci dubitare delle nostre capacità, per cui saremo disponibili ad esporci in eventi disparati vedendo il tutto come esperienza che ci consente di allenarci e non come mezzo per stare al centro dell’attenzione e mendicare l’attenzione altrui. Con questa forma mentis non avremo paura di sbagliare: d’altronde l’umanità procede e "migliora", anche attraverso gli errori. "Se chiuderete la porta ad ogni errore, anche la verità resterà fuori!" (proverbio cinese).

Ma gli standard cui uniformarci, chi li stabilisce?

Noi, sulla base dei parametri che osserviamo, nell’ambiente in cui viviamo. Le persone non molto mature, si fanno condizionare eccessivamente da ciò che pensano gli altri. A volte, addirittura, si crea un fenomeno paradosso per cui, se non abbiamo raggiunto i risultati che ci eravamo prefissati, rimaniamo insoddisfatti anche quando gli altri ci approvano: questo accade perché i parametri di autogiudizio (che abbiamo acquisito dagli altri) non perdonano! A livello inconsapevole, siamo convinti che gli altri si aspettino da noi chissà quali risultati... quando invece, fondamentalmente, ognuno è immerso nei propri interessi e non ha né tempo né voglia di stare a considerarci più di tanto. Quindi, per superare la timidezza bisogna aumentare la propria autostima, magari cimentandosi di più nelle esperienze di vita e di lavoro. "Sono una parte di tutto ciò che ho trovato sulla mia strada" (Alfred Tennyson).

Ci sono diversi modi di reagire alla timidezza.

Se consideriamo che la timidezza è uno stato d’animo conflittuale conseguente a sentimenti di inadeguatezza che determinano un muro, si può: rinunciare... e tenersi i blocchi; aggirare l’ostacolo, attraverso sistemi vari (mentre il rinunciare dimostra paura e fuga di fronte alle difficoltà, l’aggirare può denotare flessibilità, senso di opportunità o scarsa autostima, perché per aggirare l’ostacolo si cerca di evitarlo); sfondare l’ostacolo, che denota aggressività con scarso impegno di lucidità e razionalità (molte volte, di fronte all’impossibilità di superare la difficoltà, si rinuncia essendo convinti di risultare incapaci); studiare la strategia migliore per risolvere (sicuramente la soluzione ottimale).

Sappiamo che la paura è rappresentata da uno stato di allarme generale in prossimità di un pericolo reale o presunto e si produce quando non si ha chiarezza nell’evoluzione degli eventi, quando "non si vede chiaro"! La percezione di avere il controllo della situazione, durante una dinamica di comunicazione interpersonale, influisce molto sulla gestione positiva dello stress. In questi frangenti è importante individuare le caratteristiche salienti di chi ci troveremo di fronte e garantirgli, con il proprio eloquio, delle condizioni adeguate: stimolare la curiosità di una "crescita" personale, manifestare stima e rispetto, trasfondere quel senso di appartenenza al gruppo che determina un’amalgama di piacere e sicurezza. Se poi si è in grado di aggiungere competenza, autorevolezza e flessibilità, "il gioco è fatto!"

Ovviamente, bisogna imparare ad essere realisti, nel senso vero del termine valutando correttamente cosa significa essere inadeguati rispetto all’obiettivo che ci si è proposto. Se ci si volesse propone di effettuare un intervento chirurgico senza averne le capacità, sarebbe bene lasciar perdere. Il rinunciare, in questo caso, non equivarrebbe a fuggire di fronte all’ostacolo ma, semmai, prendere consapevolezza delle proprie incapacità. Insomma, è bene abituarsi all’idea di poter tendere verso la perfezione: solo che per raggiungere l’obiettivo...ci vorrà molto... ma molto tempo!

"Non preoccuparti solo di essere migliore dei tuoi contemporanei o dei tuoi predecessori. Cerca solo di essere migliore di te stesso" (William Faulkner).

  

5 - CONTINUA...

 

Proponiamo, a questo punto, un estrapolato dell’intervista di Catena Fiorello a Santo Versace, portabandiera di una delle più famose case di moda, a livello mondiale, pubblicata nel libro "Nati senza camicia"- Baldini & Castoldi Editori - MILANO 2003.

Nel 1976 Santo Versace, laureato a Messina in economia e commercio, sbarca a Milano per gettare le basi di un’impresa che porta il nome del fratello Gianni, già affermatosi come stilista dal 1972. in meno di 20 anni,la griffe Versace si trasforma da azienda di famiglia (i fratelli Gianni, Santo e Donatella), in un gruppo che raggiunge un fatturato di oltre 500 milioni di Euro. Gianni Versace è stato il grande stilista che tutto il mondo ci ha invidiato. Dopo la sua tragica morte, Donatella ha assunto il ruolo di Direttore creativo della Maison, mentre Santo ha continuato ad occuparsi dell’industrializzazione del prodotto e di tutto ciò che ruota intorno ai mercati finanziari. Quattro, secondo lui, sono i principi per avere successo: qualità, organizzazione, creatività e comunicazione.

Può raccontarci qualcosa dei suoi esordi di persona di successo?

Sono nato e cresciuto in Calabria fino all’età di 30 anni. Dal ’72, quando Gianni si è trasferito a Milano, ho iniziato a viaggiare su e giù, poi nel ’76 quando si cominciò a parlare seriamente del progetto "Gianni Versace" mi sono stabilito definitivamente qui.

E prima di diventare i "Versace"?

Mio padre aveva negozi al dettaglio e all’ingrosso di carbone vegetale, avviati dopo il suo lungo periodo di servizio militare, durante la guerra. Mia madre, invece, dovette rinunciare al suo sogno di studiare e laurearsi in medicina. Si fermò alla licenza elementare per volere dei genitori. Nel 1030, dalle nostre parti, era ritenuto molto sconveniente, per una donna, frequentare scuole in cui erano presenti anche dei ragazzi. Era d’obbligo salvaguardare l’onore. Però, questo condizionamento, ci instradò bene.

Cioè?

Siamo stati spinti ad occuparci di quanto ruotava intorno alla moda.

Una strada segnata, quindi?

Diciamo che è stato il risultato di scoperte piacevoli. Comunque io, già dall’età di 6 anni aiutavo mio padre, al negozio, imparando molto sul commercio del carbone.

E gli studi?

Fino alla Ragioneria, a Reggio Calabria, poi Economia e commercio a Messina. Erano gli anni sessanta e la mia città offriva molto sul piano della cultura e dello spettacolo. Comunque, prima di svolgere la libera professione, ho lavorato dapprima come bancario (circa sei mesi) poi come docente nello stesso istituto dove mi ero diplomato (un anno e mezzo). Quindi sono stato anche ufficiale di cavalleria (durante il periodo di leva). Una volta tornato, ho aperto il mio studio di commercialista. Sono stato perfino un politico mancato, col partito socialista.

Nel frattempo, suo fratello Gianni...

Aveva convinto nostra madre ad aprire una boutique a Reggio Calabria dirigendola, di fatto, già dall’età di 16 anni. Era in grado di studiare e lavorare, allo stesso tempo. A un certo punto venne addirittura chiamato da una maisone che ci forniva gli abiti del prét-à-porter per curare il rinnovamento stilistico dei prodotti. Partì da Reggio Calabria per Milano i15 febbraio del ’72 e non tornò più a casa.

Come nasce il marchio Gianni Versace?

C’erano già marchi di successo col nome del loro stilista, come ad esempio, Saint-Laurent oppure Giorgio Armani. Nel ’76 pensammo che era il momento giusto per far nascere la Gianni Versace e, sin dal primo momento, fu creata con l’idea di essere un’industria, di avere la gestione diretta della distribuzione e di tutta la cosiddetta "filiera".

Con quali capitali?

Praticamente ci siamo autofinanziati perché Gianni, essendo veramente molto apprezzato nel suo lavoro, aveva messo da parte il denaro necessario.

Quanto conta nascere in una famiglia ricca, per raggiungere il successo?

Per noi non è stata tanto una questione di soldi, quanto di esempi di attaccamento al lavoro. Abbiamo imparato l’importanza dell’impegno e della serietà. D’altronde, personaggi del calibro di Arnoldo Mondadori, Rizzoli, Leonardo Del Vecchio (maggiore produttore di occhiali, a livello mondiale), ci testimoniano il fatto che, pur essendo cresciuti negli orfanotrofi, si può giungere ai vertici, sul piano professionale. Allo stesso modo, noi Versace, siamo cresciuti senza diritti e con molti doveri, con in più il senso dell’etica e della morale. Sono convinto che il danno più grosso che abbiamo fatto alle generazioni che hanno 20-30 anni, è quello di aver tolto loro il piacere del lavoro. Per me, pensare al lavoro è il massimo piacere della vita. E questo è stato il grande vantaggio, la mia grande fortuna; il lavoro è il mio primo hobby.

Però c’è molta gente che critica questo atteggiamento stakanovista...

E infatti il risultato consiste nell’aver determinato uno svilimento di valori. La verità è che, se vuoi dei risultati, devi lavorare sodo. Il resto è solo fantasia. In sostanza, il lavoro deve essere un piacere.

Però è come togliere del tempo ad altri aspetti della vita.

Ma non è vero, non togli tempo a niente. Il tempo c’è, a meno di non sprecarlo. Basta pensare a quanto tempo buttiamo per rispondere al telefonino... e, spesso, per conversazioni inutili! Puoi fare tante cose in una giornata.

I suoi figli chiaramente sono nati in una famiglia dove c’era un certo benessere. A lei dispiace che non abbiano sperimentato un po’, non dico il bisogno, ma comunque che non abbiano desiderato qualcosa?

Questo è il vero grande problema che si pone per noi genitori, per cui ogni cosa è stata una conquista: per i nostri figli è un bene parlare con loro, spiegarglielo. Mio figlio e mia figlia hanno e hanno avuto amici e compagni di ogni ceto, perciò conoscono le varie realtà sociali. Certamente sono privilegiati, spero però che questi privilegi non si rivelino un danno, in prospettiva.

Le capita qualche volta di essere tentato di non dire di chiamarsi Santo Versace, perché capisce che potrebbe creare dei rapporti falsi?

Ormai, purtroppo, dopo la morte di Gianni la mia faccia è così conosciuta che questo problema non me lo pongo più. Invece mi pongo il problema di capire, di tener conto, che le persone si misurano sui fatti, non sulle parole. Noi sappiamo perfettamente che la vita è una commedia. Noi siamo sul palcoscenico costantemente e io ho presente (perché di questo ridevo e scherzavo con mio padre e con mia madre) che tutto è una recita continua, in cui ognuno recita il suo ruolo, un po’ come in "Uno, nessuno e centomila" di Pirandello. Se ci si ricorda che siamo sempre sul palcoscenico e che la vita è la più intrigante delle commedie, si ha sempre il senso reale della dimensione. Io rispetto tutti, amo il prossimo, però tengo presente che la maggioranza delle persone ti dice quello che vuoi sentirti dire, non quello che pensa di dirti. Ormai mi sono reso conto che tutte le persone quando parlano fanno pubbliche relazioni. Io spero di saper sempre distinguere le persone dai fatti, non dalle parole. Comunque, io sono nato ottimista e, nel mio vocabolario, termini come odio e inimicizia non esistono. Tra l’altro, non ritengo di avere nemici.

Nel lavoro ci vuole fiuto e "cervello". E la morale?

Io penso che l’etica e la morale siano alla base di tutto. Per me è fonte di enorme piacere quando mi viene detto che una mia stretta di mano vale più di un contratto scritto. E l’onestà, la trasparenza, la lealtà che muovono le mie azioni. Non mi interessa la gente che non ha questi valori.

E se dovesse capitare che per concludere un affare bisogna fare del male a qualcuno, tradendo l’etica?

Non c’è motivo di fare del male a nessuno, per concludere un affare.

Cioè lei dice che ci si può sempre tirare indietro.

No, dico che se la cosa è corretta, se stai lavorando bene e la cosa la fai perché è giusto farla, non per fare danno, non c’è motivo di temere alcunché né, tanto meno, di danneggiare qualcuno.

In che cosa si sente cambiato da quando ha iniziato quest’avventura, a oggi?

Quando sono spostato da Reggio Calabria, non avrei mai immaginato che sarei andato a trattare affari praticamente in tutto il mondo né che il cognome che porto, sarebbe diventato un’icona. Quindi, il cambiamento qual è? Il lavoro stesso che fai, cambia e ti cambia, con il passare del tempo. Ma per me non cambiano i valori o le cose davvero importanti. Per esempio io mia moglie l’ho conosciuta nel gennaio ’77 e, da allora siamo, fondamentalmente, sempre gli stessi.

Che cos’è il nemico negli affari secondo lei?

Il nostro lavoro, il nostro successo non dipende dagli altri. Chi è il maggior concorrente della Gianni Versace? I Versace, perché se loro non facessero bene il lavoro... tutto finirebbe come una bolla di sapone. Quindi, questo nemico è dentro di noi. Ad esempio, per come la vedo io, non essere rispettosi del lavoro, non essere attenti, non essere precisi, puntuali. Scordarsi l’umiltà.

Cosa prova quando pensa a quello che avete creato?

Ciò che abbiamo creato con Gianni e Donatella è una cosa straordinaria, inimmaginabile. Penso che venticinque o trenta anni fa nessuno poteva immaginare quello che sarebbe stato il Made in Italy, nessuno poteva immaginare quello che è accaduto. Adesso si tratta di continuare. Lavorare, lavorare, lavorare.

Un uomo costruisce il successo da solo o con la collaborazione di un gruppo?


Io ho avuto una fortuna: giocare a pallacanestro nel ruolo di playmaker. La pallacanestro è uno sport di squadra straordinario, entri ed esci in continuazione per poter dare l’apporto decisivo dopo aver ripreso fiato. Quest’esperienza mi ha consentito di "vivere" il concetto di team, cioè che a vincere è la squadra e non il singolo, dopo aver creato la compattezza, l’atmosfera, l’ambiente, il giocare insieme, il rispettarsi nello spogliatoio.

 

Se dovesse perdere tutto cosa farebbe?

Nella mia vita ho sempre lavorato. In considerazione del fatto che le cose possono cambiare, ho diversificato i miei business, ho impostato per mia moglie e per i miei figli delle attività differenti dalla mia attività principale. Quindi sì, ho spesso pensato alla possibilità che tutto potesse cambiare... Però non ho avuto mai, per questo, timore.

Lei non avrebbe paura di perdere il lusso, i privilegi raggiunti?

Da ufficiale di cavalleria, mi sono abituato al fango e alla pioggia: riesco a fare a meno del superfluo. Quando hanno ucciso Gianni, qualcuno ha pensato che fosse finita la Versace. La tragedia di Miami ci ha fatto riflettere, eppure noi siamo andati oltre. È stata una tale tragedia, per come è accaduta, che inevitabilmente ha segnato tutto e tutti. E comunque io mi sono sempre fatto forza del mio lavoro, della mia capacità di lavorare.

Da uomo del Sud, cosa pensa della sua terra d’origine?

Certamente non saremmo diventati "Versace" rimanendo a Reggio Calabria. Vorrei spiegarmi meglio. Puoi raggiungere il successo anche nel meridione d’Italia perché il Sud è una ricchezza per l’Italia, ma bisogna che ci sia uno stato di diritto a 360 gradi, al 100%, che ci sia la serenità, che il paese sia civile fino in fondo, completo e totale. II Sud è una risorsa incalcolabile, le ricchezze che hanno la Calabria, la Sicilia, la Sardegna, la Puglia, la Campania sono veramente incalcolabili. Potrebbero vivere di solo turismo, artigianato e agricoltura specializzata, lì non c’è bisogno di industrie. C’è soltanto il dovere, per lo Stato, di essere veramente presente: il cittadino deve avere la serenità di lavorare senza impedimenti di alcun tipo. Il clima mite potrebbe tranquillamente garantire alla Sicilia un flusso continuo di turisti per otto o dieci mesi l’anno. Ma bisogna creare la serenità del lavorare, questo è il vero grande problema. Il giacimento culturale più grande di Europa è Selinunte. Noi abbiamo delle ricchezze enormi ma dobbiamo creare le condizioni per sfruttarle

 Che invito potrebbe inviare ai giovani del Sud?

Avere fiducia in se stessi e applicarsi, con il piacere di lavorare e senza l’assillo di doversi trovare il lavoro statale.

Quanto conta la cultura per raggiungere il successo?

Il mio motto è: "Non c’è cultura senza sviluppo, non c’è sviluppo senza cultura". Un uomo è libero quando ha coraggio, non ha paura, quando ha cultura e conoscenza. Quando si ha paura, il senso della libertà non esiste. Parimenti, non è un uomo libero chi è ignorante, perché non sa far rispettare i suoi diritti. Quindi la cultura e il coraggio sono le basi della libertà. La cultura applicata, quella vera, non la conoscenza, l’erudizione. Mia madre aveva la quinta elementare, ma aveva molta più cultura di tanti laureati, la cultura non te la dà la laurea, la cultura è capire la vita, il suo significato, i rapporti umani, la qualità, l’etica, la morale. La cultura è tornare alle botteghe artigianali. Noi abbiamo abolito l’apprendistato. Mi spiego meglio: io, a 6 anni, conoscevo "il posto di lavoro" e andavo in negozio da mio padre, ma possiamo immaginare che uno diventi campione di basket se comincia a fare il basket a 20 anni? E se non si comincia a 10-12 anni, si può diventare un grande nuotatore, un grande calciatore? Allora se vale per lo sport, vale anche per tutto il resto. Ma l’applicazione pratica deve cominciare presto, altrimenti ci sono cose che non impari più se non le impari da giovane. Chi sa fare la forma della scarpa? Quanti ne sono rimasti in Italia? Noi rischiamo di perdere certi grandi valori: la qualità, la formazione. La bottega artigianale del Rinascimento va ricreata, perché altrimenti certi mestieri si perdono completamente.

Se una persona con buone intenzioni non può contare su mezzi economici adeguati, quanto può essere penalizzata?

Uno che non ha soldi ma ha grinta può fare dieci volte meglio di uno che ha soldi e non ha grinta, mettiamocelo bene in testa. Chi vince le Olimpiadi? Chi ha fame, di vittoria s’intende. Prendiamo ad esempio il basket. Perché i ragazzi di colore vincono più di quelli bianchi? Chi ha fame di successo vince dappertutto. Chiunque sia disponibile ad impegnarsi per almeno otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, non può non raggiungere il successo: andrebbe contro ogni legge di Natura.

Cosa non vorrebbe mai affrontare?

Dopo aver affrontato la morte di Gianni in quel modo, penso che più di questo...

Se l’immaginava la sua vita così come è? Quando era ragazzo pensava di diventare un giorno il Santo Versace che tutto il mondo avrebbe conosciuto?

Onestamente no. Pensavo di fare il professionista in una bellissima città di mare, di godermi il sole e il panorama. All’epoca sembrava una cosa normale e naturale, cioè c’era un’attività di mio padre e un’attività di mia madre, su quella di mia madre era indirizzato Gianni, su quella di mio padre ero indirizzato io. Poi mi sono laureato, con l’abilitazione alla professione, avevo aperto uno studio da commercialista, mi sembrava naturale impiantarmi lì. Devo ringraziare mio fratello, me stesso e il nostro grande gioco di squadra.

 

G. M. - Medico Psicoterapeuta

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